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martedì, 31 marzo 2009
augias

il dott.Augias usa costantemente con una assiduità stupefacente il mezzo pubblico per attaccare, infangare, calunniare i cristiani senza alcun contraddittorio. Solo in Italia possono accadere queste cose....

E' proprio un professionista, il dott.Augias, dal dente avvelenato... Un astio contro la Chiesa.... Che tipo...

Eppoi, utilizzasse argomentazioni valide per la sua strenua guerra contro i cristiani. Gli argomenti che porta, le tesi che presenta, i fatti, le situazioni che cita sono inconsistenti e irrilevanti sul piano delle valutazioni che da del cristianesimo. E' quasi infantile... Troppo ridicolo.... Mah... Che tipo....

Ma la cosa più preoccupante è che ci sono persone che lo seguono.... Mah....

Postato da: paolomasala a 12:35 | link | commenti (2)
politica

augias

ho appena visto la quotidiana "tribuna politica" di corrado augias su raitre. A me quest'uomo mi fa troppo ridere, però alla fine mi lascia l'amaro in bocca... Che tipo... Potrei fare tanti rilievi alle balle che continuamente spara dalla sua trasmissione su raitre, ma sarei poco "politically correct". Lasciamo perdere.

Ripeto solo: "che tipo" il dott. Corrado Augias. etc, etc.... 

Postato da: paolomasala a 12:16 | link | commenti
politica

venerdì, 27 marzo 2009
ermanno bencivenga

IDEE. «Il rispetto per Dio è quello che la ragione umana prova verso se stessa». Le domande del filosofo non credente Ermanno Bencivenga

 Sotto il cielo di Kant

 DI ANTONIO GIULIANO

 

Blaise Pascal lo aveva detto senza tanti giri di parole: il 'Dio dei filosofi' non è identico al Dio di Gesù Cristo.

  Tuttavia la conoscenza filosofica può essere una strada che conduce alla fede cristiana. Giovanni Paolo II nell’enciclica 'Fides et ratio' e poi Benedetto XVI, hanno rimarcato come fede e filosofia possano trarre reciproco giovamento nella risposta alle grandi domande dell’uomo. E non è un caso se sin dalle origini il pensiero occidentale ha elaborato 'prove razionali dell’esistenza e degli attributi divini', come scrive Ermanno Bencivenga, filosofo dell’Università di California (Irvine), nel suo ultimo libro La dimostrazione di Dio. Come la filosofia ha cercato di capire la fede (Mondadori, pagine 144, euro 17), a giorni in libreria.

 

Professore, nella storia della ricerca razionale di Dio quali elaborazioni le sembrano più convincenti?

 «Mi affascina soprattutto il tentativo eroico compiuto da Anselmo d’Aosta, e poi ripreso in modo assai più superficiale da Cartesio e altri, di dedurre l’essere dal pensiero. Tentativo arditissimo ma profondamente umano, perché l’uomo non può non credere nel realizzarsi di ciò che è valido e degno».

 Da non credente quali pensatori cristiani hanno stimolato di più la sua riflessione?

 «Ho imparato molto da Agostino: la fede attraversa tutta la nostra vita, senza fede gli uni negli altri non potremmo muovere un passo.

  E da Pascal: se vuoi credere comincia a pregare; ossia la pratica precede la teoria, la disciplina precede il ragionamento, l’umiltà è sovrana. Così come da Kierkegaard ho appreso che la fede proclama la superiorità di un rapporto e di un’esperienza individuale su ogni legge universale e che si vive nel modo più pieno legandosi ad altri soggetti singoli. Da non credente, sento che questo legame deve farmi scoprire un altro, con l’iniziale rigorosamente minuscola, per cui anch’io possa essere, democraticamente, fonte di scoperta e di salvezza. Ma non c’è dubbio che chi crede in un Dio trascendente sta esprimendo, per quanto in modo per me imperfetto, un’esigenza genuina».

  Benedetto XVI sulla scia del suo predecessore insiste sulla necessità del dialogo tra fede e ragione. Non trova che da parte laica ci sia oggi una sfiducia nella ragione?

 «Che tra i laici ci sia questa sfiducia un logico come me non può non riconoscerlo: siamo dominati dalla propaganda, dalla retorica, dai 'sentimenti' inarticolati. Tuttavia rilevo una eccessiva e reciproca aggressività tra credenti e non credenti che assomiglia tanto a quella che Freud chiamava 'nevrosi della piccole differenze'. I veri nemici della ricerca di una verità trascendente sono però la volgarità e l’arroganza della pratica contemporanea, del maledetto 'mercato' che sancisce non solo il prezzo ma anche il valore di ogni cosa».

 Che cosa pensa delle recenti iniziative in cui viene sbandierato l’ateismo sugli autobus?

 «Valgono tanto quanto analoghe manifestazioni in senso contrario.

  Esprimono un pensiero ridotto a slogan, quindi abusato e negato; la nostra umanità destrutturata; la ragione dimenticata e affogata nell’indifferenza e nella rissa.

  Discutere invece di Dio funge da stimolo a ogni generazione. Ho notato un certo fervore anche tra gli studenti di filosofia: l’indistruttibile fiducia che, malgrado la trascendenza, malgrado i fallimenti, una strada ci debba pur essere, che l’incomprensibile sarà infine capito. Parlare di Dio li porta con naturalezza a interrogarsi sull’infinito, sulla struttura dell’universo, sui rapporti tra pensiero ed essere, sul fondamento della morale, cioè su tutti i temi cruciali della filosofia».

 Lei in passato ha criticato un certo dogmatico scientifico. Oggi il potere della scienza è una minaccia per la dignità dell’uomo?

 «La scienza è una splendida avventura cognitiva e pratica, un gioco di suprema bellezza che ci spinge verso i confini e le profondità dell’essere. Ed è anche il rischio faustiano, luciferino, di perdersi. Chi non la vive in questo modo non sa neanche di che cosa sta parlando; nel migliore dei casi si tratta di un divulgatore della scienza, o di uno scienziato in disarmo o in libera uscita, non di un ricercatore autentico. Chi fa davvero della scienza non può non essere dominato dal dubbio e dalla cautela. Chi procede con brutale sicumera sta violando le radici stesse della nostra umanità. E della scienza».

 Nel corso del Novecento ci sono state ideologie che hanno tentato di eliminare Dio, ma senza successo. Perché a suo giudizio hanno fallito?

 «Il filosofo che costituisce il fondamento di tutta la mia riflessione, Immanuel Kant, guardava con disapprovazione a ogni tentativo di ridurre la nostra umanità. Se da sempre popoli e individui hanno avvertito l’esigenza di un Dio, occorre capire il motivo di questa ricerca. Penso come Kant che il rispetto per Dio è il rispetto che la ragione umana prova per se stessa; il cielo stellato sopra di noi è l’immagine della sublimità delle nostre domande e del nostro desiderio di comprensione».

Avvenire 27 mar 2009

 

Postato da: paolomasala a 17:07 | link | commenti
filosofia, filosofia della scienza - episte

giovedì, 26 marzo 2009
dimenticavo, sul papa...

ops, dimenticavo un ultima dichiarazione:

l'impertinente matematico, contattato al telefono da repubblica ha dichiarato:

Odifreddi: "E' chiaro che, con la sua uscita, il Papa retrogrado vuole ribadire che per la Chiesa è il sole a girare intorno alla terra! Stanno tornando i tempi dell'inquisizione, ricordiamoci di Galileo!"

Postato da: paolomasala a 14:02 | link | commenti
nuova tempesta mediatica contro

questo papa non ne combina una

Una nuova tempesta mediatica contro il Papa

Di ritorno dall’Africa, appena atterrato a Roma in un pomeriggio soleggiato, il Papa avrebbe esclamato con i giornalisti: “Che bel tempo, oggi!”.

Questa frase imprudente ha sollevato nel mondo emozione e perplessità e sta alimentando una polemica crescente. Riportiamo alcune delle reazioni più significative.

L’arcivescovo di Salisburgo: “Ribadiamo la piena fedeltà della Chiesa austriaca al Pontefice e ci stringiamo a lui. Ma è spontaneo chiedersi se per caso egli non voglia far regredire la Chiesa ad una setta animista di adoratori del sole. Dopo tale frase, il numero di persone che chiedono la cancellazione dai registri fiscali per il sostegno alla Chiesa cattolica è considerevolmente aumentato

Alain Juppé, ex primo ministro francese e ora sindaco di Bordeaux: “Nell’istante in cui il papa pronunziava queste parole, a Bordeaux pioveva a catinelle. Questa contro-verità, prossima al negazionismo, mostra che il papa vive in uno stato di totale autismo. Questo distrugge, se ve n’era ancora bisogno, il dogma dell’infallibilità pontificale".

Il Rabbino-Capo di Roma: “Come si può ancora pretendere che faccia bello dopo la Shoah? Solo il giorno in cui si deciderà a farmi visita alla Sinagoga di Roma allora, forse, potremo insieme verificare come sarà il tempo

Margherita Hack, astronoma e astrofisica: “Affermando senza mezzi termini e senza prove obbiettive indiscutibili “che bel tempo oggi”, il papa dimostra il disprezzo ben noto della Chiesa per la Scienza, che combatte il dogmatismo da sempre. Che cosa c’è di più soggettivo e di più relativo di questa nozione di “bello”? Su quali prove sperimentali indiscutibili si appoggia? I meteorologi e gli specialisti della materia non sono giunti a mettersi d’accordo sul punto nell’ultimo Colloquio Internazionale a Caracas. E ora Benedetto XVI, ex cathedra, pretende decidere lui con tale arroganza. Si vedranno presto accendere roghi per tutti quelli che non concordano interamente con la nozione papalina di bello e cattivo tempo?

L’Associazione delle Vittime del Riscaldamento Globale: “Come non vedere in questa dichiarazione provocatoria un insulto per tutte le vittime passate, presenti e future dei capricci del clima, delle inondazioni, degli tsunami, della siccità? Questa acquiescenza al “tempo che fa” mostra chiaramente la complicità della Chiesa con questi fenomeni distruttori, nei quali pretende vedere disegni “provvidenziali” di un Dio vendicatore e punitivo. E, quel che è peggio, simile attitudine non fa che incoraggiare coloro che causano il riscaldamento del pianeta, poiché potranno ora far valere l’avallo del Vaticano.

Il Consiglio Mondialista: “Il papa finge di dimenticare che mentre splende il sole a Roma, una parte del pianeta è sprofondata nell’oscurità notturna. Ecco un segno intollerabile di disprezzo per vastissime porzioni del mondo e un chiaro segno, se ve n’era ancora bisogno, dell’eurocentrismo neocoloniale di questo papa tedesco”.

Il Direttivo americano delle Associazioni femministe: “Perché il papa ha voluto dire “che bel tempo” usando termini che, nell’originale in italiano della frase, sono al maschile? Avrebbe potuto benissimo utilizzare parole femminili come “che bella giornata”, o meglio ancora “che tempo attraente”, usando così un aggettivo “inclusivo” perché non declinabile differentemente al maschile al femminile. E’ evidente che questo papa, che già ha fatto condannare la formula del battesimo e delle benedizioni non maschilista (“In the name of the Creator, the Redeemer and the Sanctifier”), mostra ad ogni occasione il suo attaccamento ai principi più retrogradi. E’ sconsolante che nel 2009 si sia ancora a tali punti di arretratezza

La Lega dei Diritti dell’Uomo: “Questo tipo di dichiarazioni non può che ferire profondamente tutte le persone che hanno della realtà uno sguardo diverso da quello del papa. Pensiamo in particolare alle persone immobilizzate in ospedale, o imprigionate, il cui orizzonte di limita a quattro mura; e così pure alle vittime di malattie rare i cui sensi non permettono di percepire lo stato della situazione atmosferica. C’è qui, è evidente, una volontà di discriminazione tra il “bello”, secondo il canone che si vorrebbe imporre a tutti, e coloro che, per scelta o per impossibilità, percepiscono le cose in modo differente. Noi proporremo a titolo dimostrativo querele giudiziarie per discriminazione contro questo papa”.

Alberto Melloni, della Scuola di Bologna: “Si vede bene la profonda differenza tra questo papa introverso e chiuso in sé e nel suo mondo sorpassato, che si limita ad un’osservazione climatica senza trarne le dovute conseguenze, ed invece la paterna apertura al mondo di Papa Giovanni XXIII che, dopo aver osservato la luna in cielo, invitava tutti a portare ai loro bambini la carezza del Papa. A quando un Giovanni XXIV che riprenda in mano la spinta dello Spirito conciliare, che gli ultimi papi hanno tentato di soffocare?

Beppe Severgnini, giornalista: “Il Papa è il Papa. Punto. Ma non si può pensare con un po’ di nostalgia che Giovanni Paolo II le stesse parole le avrebbe dette magari in romanesco (“ggiornata bbona!”) e agitando lo zucchetto bianco ai fedeli che lo riaccoglievano a casa”.


L’Osservatore Romano ha pubblicato una versione leggermente differente delle parole esatte del Papa (egli avrebbe detto, secondo l’Osservatore: “qualcuno potrebbe dire che faccia bel tempo”). Ma le registrazioni audio e video dei giornalisti hanno smentito la versione edulcorata. Molti hanno anche attaccato l’ingenuità di P. Lombardi che, pur essendo al fianco del Papa, non è intervenuto per impedire quell’affermazione o subito chiarirne meglio il senso.

Membri influenti della Curia hanno tentato di attenuare la gravità della frase del Papa, facendo rilevare la sua stanchezza dopo il viaggio africano, vista la avanzatissima età del Pontefice, nonché dichiarando che la frase incriminata è stata mal compresa e voleva avere un significato teologico-metafisico e non climatico, come grossolanamente è stata interpretata.

Ma la polemica non accenna a placarsi.


(Il testo che precede è ispirato ad una mail che circola su internet, che abbiamo tradotto e adattato per il lettore italiano, mettendovi del nostro. Siamo certi che i nostri arguti commentatori sapranno aggiungere altre potenziali reazioni indignate di molte altre personalità mediatiche.)

Postato da: paolomasala a 13:54 | link | commenti
nuova tempesta mediatica contro

martedì, 17 marzo 2009
una cosa che dovrebbe essere condivisa da tutti...

“Misurare tutto il misurabile” è ancora ben lungi dal comprendere.

h.g.gadamer

Postato da: paolomasala a 16:48 | link | commenti
filosofia

gadamer che legge kant

“Misurare tutto il misurabile” è ancora ben lungi dal comprendere. Le misurazioni devono essere dapprima preparate, e lo stesso vale anche per gli esperimenti. Credo che la logica dell’esperimento sia la confutazione vivente del concetto di “registrazione”. Chi fa un esperimento deve elaborare una domanda, e deve riflettere sul modo in cui può indurre la natura a rispondervi. Tutti coloro che hanno un minimo di esperienza di ricerca sperimentale, sanno che solo per la preparazione di un esperimento è indispensabile un lavoro di anni, che si concretizza poi in pochi minuti o poche ore di misurazione. È però necessario che vi siano domande mirate, perché le nostre tecniche di misurazione, perfezionate, conducano alla conoscenza.

 

LA POSSIBILITÀ DELL’ESPERIENZA

Questa è solo un’immagine popolare che spiega perché Kant abbia potuto affermare: “i concetti, con cui facciamo esperienza, non sono a loro volta nozioni che provengono dall’esperienza, ma necessarie condizioni di possibilità della nostra esperienza”. C’è un proverbio che dice: “chi guarda in giro non mette giudizio”. La parola tedesca per “giudizio” – “Urteil” – è molto efficace: va diretta al nocciolo della questione. In essa risuona il verbo “separare”: distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è. Di una persona diciamo, ad esempio: “ha giudizio”, cioè non si limita a registrare gli eventi, bensì individua problemi, vede le possibili soluzioni, e fra queste coglie quelle giuste, e merita la lode; diremo invece: “non ha giudizio”, se sceglie le soluzioni sbagliate. Attraverso questo ricorso al linguaggio comune voglio spiegare una specie di parola magica: “apriori”. Che cosa significa? Questo soltanto: che per poter fare esperienza, devono già esserci domande, in forma di concetti. Riflettiamo un attimo su una bella espressione: “porre una domanda”. Non basta solo domandare, è necessario che le condizioni di una possibile risposta siano già presenti nell’atto di porre la domanda. È qualcosa di cui tutti facciamo esperienza: “uno sciocco può volere più risposte di quante non possano darne tutti i saggi del mondo”, perché, appunto, non sa porre le domande. A questo proposito, in tedesco usiamo l’espressione “una domanda contorta”, tale, cioè, da impedire qualsiasi risposta. Una questione mal posta presuppone ovviamente così tante contraddizioni interne che è impossibile condurla verso una qualche soluzione. Come si può constatare, sto cercando di lasciar da parte tutte le espressioni tecniche, per chiarire che cosa significhi “apriori”: esso è ciò che rende possibile l’esperienza, e pertanto non può essere a sua volta spiegato ricorrendo a quest’ultima; al contrario: è l’apriori che deve spiegare l’esperienza.

Postato da: paolomasala a 16:46 | link | commenti
filosofia

Le cifre sono deboli (e l’analisi non basta)
Aveva ragione Socrate, il filo­sofo impertinente, ammo­nendo gli scienziati con il suo «so di non sapere», che stupiva e irritava l’establishment ateniese. Gli scienziati (e in particolare i ma­tematici) di oggi se ne stanno ren­dendo conto, con una meraviglia crescente. Il «so di non sapere» rap­presenta per difetto il paradossale stato che oggi caratterizza la cono­scenza scientifica. «Man mano che andiamo avanti, scopriamo sempre più cose, ma quello che scopriamo veramente è quanto aumenti, di continuo, tutto ciò che non cono­sciamo » dice Mario Girardi, ordina­rio di Analisi matematica all’Uni­versità Roma Tre, dove è stato per 13 anni, fino a due mesi fa, preside di Facoltà (e da 40 anni pratica uno sport, il volo in aliante, che sembra una metafora della conoscenza).

Co­me se non bastasse l’ansia socrati­ca, i ricercatori non riescono proprio a capire come mai la madre di tutte le scienze, la matematica, possa fun­zionare in modo rigoroso anche se non può dimostrare, con puri me­todi logici o con metodi elementari, la propria coerenza scientifica (vedi Kurt Godel e il suo «teorema di in­completezza »).

Professore, si può dire che più co­nosciamo e più diventa difficile rag­giungere la verità scientifica, data la sua galoppante complessità?
«La scienza moderna s’imbatte in un’infinità di problemi, ha una vi­sione molto più ampia della com­plessità. Appena conosciamo un pezzettino in più, ci si apre uno ster­minato orizzonte di questioni che neanche immaginavamo. Lo può notare qualsiasi scienziato. Faccia­mo un esempio. Prima che venisse studiato il genoma umano, nem­meno si sospettava l’enorme vastità dei problemi che avrebbe dischiu­so. Scoprire dove sono collocati i ge­ni non vuol dire avere scoperto la fit­ta rete di interrelazioni tra i geni. Nel­la matematica poi esistono questio­ni classiche, a volte molto semplici nella formulazione, la cui soluzione, quando si raggiunge, è molto com­plessa (si pensi al Teorema di Fer­mat). Tutta questa complessità che ci circonda suscita meraviglia e va in parallelo con la profonda sorpre­sa che provano i matematici».

Ma perché alla matematica manca la solidità dei fondamenti?
«Abbiamo una scienza matematica così bella, rigorosa sul piano forma­le, ma i suoi fondamenti non sono affatto solidi. E tutto questo, secon­do me, da un certo punto di vista è un’indicazione molto precisa della nostra insufficienza, cioè della ne­cessità che ci sia un qualche altro substrato».

E quali sono i fondamenti?
«Le regole della logica formale che garantiscono tutto, e la struttura di base dei numeri naturali. Ora non c’è una dimostrazione logica o una dimostrazione matematica elemen­tare che la teoria dei numeri naturali sia 'coerente'. Questo è un termine tecnico. Si dice che una teoria è coe­rente quando non può dimostrare che sia vera un’affermazione e anche il suo contrario. Viceversa una teo­ria incoerente vìola le leggi fonda­mentali della logica. Accade se io posso dimostrare come vera sia la proposizione 'A' sia la negazione della proposizione 'A'. Si ha cioè in­coerenza quando una teoria sostie­ne che una proposizione è vera ed è falsa. Noi dovremmo riuscire a di­mostrare, con la sola logica o con metodi matematici elementari, che la teoria dei numeri naturali, quelli che usiamo tutti i giorni, è coeren- te. Ma, in virtù del teorema di Go­del, non lo possiamo fare».

Eppure i numeri salvano vite, fan­no correre i treni e volare gli aerei.
«Non è possibile dimostrare la coe­renza della matematica, ma questa "funziona", ha successo. E la cosa è quasi incredibile, è una caratteristi­ca straordinaria».

Ma è vero che, per essere bravi ma­tematici, bisogna essere atei?
«Ovviamente no. La domanda è pri­va di senso (in termini più precisi, dovrei dire che è mal posta). Chi ab­bina matematica e ateismo cerca di confondere i piani. Non si limita ad affermare "So di non sapere". Fa u­na professione di fede a rovescio. In proposito vorrei invece sottolineare che, a mio avviso, chiunque faccia scienza non può che rimanere sor­preso e stupefatto di fronte alla realtà da conoscere. Nonostante le difficoltà e i pro­blemi sui fonda­menti, esistono tutta una serie di segnali, che non possiamo igno­rare. C’è da do­mandarsi: può essere soltanto un caso che tut­to funzioni in questa maniera? Esi­stono una serie di indicazioni mol­to precise – segni, segnali e "punta­tori" – sparse dovunque, che danno un altro significato a tutto quello che troviamo e vediamo. Non ci danno certezze scientifiche: siamo stati la­sciati liberi di poter interpretare, op­pure no, questi segnali che ci cir­condano. Ma basta sapersi guarda­re intorno».

I mass media attribuiscono grande valore scientifico all’esperimento in corso al Cern di Ginevra con il Lar­ge Hadron Collider. L’obiettivo è tro­vare il bosone di Higgs, che il Nobel Leon Max Lederman ha definito «la particella di Dio». Porterà a scopri­re l’intima struttura della materia?
«Direi che ormai abbiamo perso completamente l’idea che sia pos­sibile conoscere l’intima struttura della realtà che ci circonda. L’obiet­tivo dell’esperimento è la validazio­ne di un modello che comprenda tutto quello che sappiamo, che ab­biamo scoperto con un lungo per­corso nell’ambito delle particelle e­lementari, che parte dalla fisica clas­sica per proseguire con la relativi­stica e con quella quantistica. Se verrà trovata questa particella fino­ra mai osservata, si darà una siste­mazione a tutto ciò che è noto fino ad ora sulla struttura della materia».

Non ci si spinge più in là?
«Si unifica quello che si sa, ma poi si farà qualche altro passo avanti nel­la conoscenza e si scopriranno un abisso di cose in più che sono sco­nosciute. Se nel super-acceleratore si riesce a dimostrare che quella par­ticella esiste, allora vorrà dire che il modello standard (che mette insie­me tutto ciò che si è appreso finora ) è un modello coerente. Se non si scopre, siamo al punto di prima. Stephen Hawking ha detto: "Come tutti gli scienziati, spero che si trovi il bosone di Higgs;
Luigi Dell'Aglio

Postato da: paolomasala a 16:19 | link | commenti

L’infinito è logico? L’aritmetica dice di sì
La matematica permette di indagare con successo gli aspetti logico- razionali del­la realtà. «Offre alla scienza il modo di scoprire, ad ogni passo, straordinarie strutture logiche nell’universo, che fanno luce su armonie inattese e mostrano le­gami profondi fra fatti e feno­meni che a volte ci sembrano del tutto estranei fra loro. Chi crede, chi ha già fatto qualche passo nel cammino della fede, non trova contrasto fra questi ri­sultati scientifici e la propria fe­de, ma anzi un’armonica, bellis­sima consonanza. La matemati­ca ci costringe ad alzare lo sguardo: per ogni problema ci fa cercare una logica che lo inqua­dri e ne renda conto. E questo porta a prospettive impreviste e sempre più elevate» .

È il pensie­ro del professor Antonio Mari­no, ordinario di Analisi matema­tica all’Università di Pisa. Mari­no si rifà a Ennio De Giorgi, uno fra i maggio­ri matemati­ci del ’ 900. De Giorgi a­veva messo in risalto u­no degli a­spetti più sorprendenti della scienza di Pitagora e di Euclide: «… per stu­diare le cose più concrete, bisogna passare attraverso la riflessione su con­cetti che sembrano superare la nostra esperienza sensibile».

Tramite la matematica, dun­que, la scienza ci può spiegare l’Universo?
«La matematica è lo strumento logico che permette di studiare ' come' si svolgono certi feno­meni. Quando si dice che la Scienza spiega il "come" e il "perché" delle cose, bisogna sta­re attenti ai termini: in sintesi la scienza dice il "come" ma non il "perché". Per fare un esempio, consideriamo la forza di gravità: alla base dell’analisi scientifica classica dei fenomeni che ricon­duciamo al concetto di forza di gravità, abbiamo la legge di gra­vitazione universale e la legge fondamentale della dinamica newtoniana. Entrambe sono formulate in termini matemati­ci, anzi Isaac Newton inventò apposta – a modo suo e in con­correnza con Pierre Simon de Laplace – gli elementi fonda­mentali di quello che chiamia­mo ' calcolo differenziale', sen­za il quale le leggi della dinami­ca non possono essere espresse e direi nemmeno pensate».

Che cosa ci dice questo esem­pio?
«Anzitutto il fenomeno che con­sideriamo ha una struttura logi­co- razionale che ci permette di studiarlo, così razionale da essere esprimibile solo in termini matematici. In secondo luogo, grazie a questa analisi fisico­matematica, possiamo dire "co­me" si comportano due corpi "dotati di massa" esposti alla re­ciproca attrazione ( il Sole e la Terra o la Terra e una mela, co­me quella mitica che sarebbe caduta sulla testa di Newton). La scienza ci dice "come", con qua­li leggi, certi fenomeni si svolgo­no, almeno dal punto di vista che lo scienziato di volta in volta si propone. E quelle leggi, espri­mibili solo in formule logico­matematiche, permettono alla scienza di svolgere un suo com­pito essenziale: fare previsioni, a volte deterministiche a volte solo probabilistiche. In questo senso diciamo che la scienza "spiega"».

Ed è sufficiente?
«La scienza getta sguardi lumi­nosi sull’universo. A volte è in grado di ricondurre tante leggi particolari ad una più semplice legge generale. E questo è un al­tro bellissimo scorcio sulla ra­zionalità del creato. Ma il pro­blema del vero "perché" resta: perché Terra e Sole si attraggo­no? Cioè, perché esiste quella legge fisica? Perché esistono le leggi fisiche? O se si vuole: per­ché è possibile organizzare parti della nostra conoscenza in for­mule logiche senza le quali gli oggetti stessi non sono nemme­no concepibili? Questa doman­da è filosofica e non ammette ri­sposte scientifiche, non nel sen­so rigoroso della scienza di oggi. Tanto meno trova risposte defi­nitive sul piano strettamente lo­gico perché ogni sistema logico parte da assiomi "ragionevoli" ma non dimostrati. La risposta dipende della proprie inclina­zioni. Si può ad esempio dire che quella razionalità la inven­tiamo noi ma non c’è davvero, o altre cose, ma non si tratta di af­fermazioni scientifiche. Qualcu­no dice che è inutile porsi do­mande alle quali non è possibile rispondere».

E come risponde chi crede?
«Trova completa armonia fra la propria fede e il fatto che la mente umana possa cogliere la razionalità nel creato, dato che li pensa entrambi frutto di quello che potremmo chiamare il pen­siero creatore di Dio. Direi che in questo universo logico sem­bra di scorgere un aspetto del Logos che pervade il creato, qualcosa dell’intelligenza del linguaggio, del Verbo: quell’ar­monia logica che si scopre nello studio di un problema e condu­ce poi essa stessa a fare nuove congetture e nuove scoperte. Ma mi sento di dire che tutti gli stu­diosi, di qualunque credo o cul­tura, sono accomunati dalla me­raviglia per l’orizzonte scientifi­co che loro si prospetta, e avver­tono il senso di una comune im­presa. Nell’ambito scientifico non trovano posto contrapposi­zioni filosofiche o religiose».

La matematica fa uso del con­cetto di infinito nella pratica quotidiana. Come le riesce pos­sibile?
«La matematica fa un uso quasi costante dell’insieme infinito dei numeri. Il calcolo differen­ziale e il calcolo integrale ( il "calcolo infinitesimale") sono fondati sull’intero insieme infi­nito dei numeri. Ora gli studi sull’infinito matematico hanno portato a scoperte assai sor­prendenti, che sembrano con­trastare il senso comune, fra i quali un incredibile risultato: in parole assai grossolane, quale che sia il nostro progresso, l’in­sieme infinito dei numeri natu­rali ( 0,1,2, ... ) mantiene e man­terrà sempre qualcosa che non possiamo compiutamente e­sprimere in modo formale. Ep­pure la matematica si fonda sul­l’uso di questo infinito».

È questa la risposta all’enigma?
«La risposta è solo una ragione­vole fiducia. In questo campo come in tutta la scienza. Ogni studioso compie un atto di fidu­cia a priori: egli studia un qual­che aspetto dell’universo, fidan­do in un’organizzazione razio­nale della natura, in un suo mo­do di essere esprimibile con del­le leggi, e anche nutrendo fidu­cia nella capacità di conoscere dell’uomo. È un altro elemento di un comune percorso, nel qua­le sono coinvolte non solo le qualità strettamente logico- ra­zionali dello studioso, ma altre, forse tutte, le facoltà del suo es­sere persona pensante».
di Luigi Dell'Aglio

Postato da: paolomasala a 16:18 | link | commenti
filosofia della scienza - episte

venerdì, 06 marzo 2009
Francisco José Ayala

QUANDO BIOLOGIA FA RIMA CON FILOSOFIA
 Nato a Madrid nel 1934, Francisco José Ayala dal 1961 opera negli Stati Uniti; è docente di Scienze biologiche e filosofia all’Università della California di Irvine nonché membro dell’Accademia delle Scienze statunitense e di molte tra le più rinomate accademie scientifiche internazionali. È stato consigliere del presidente Bill Clinton per le tematiche di scienza e la tecnologia. Si è occupato di ricerche di genetica evolutiva, in particolare delle diversità genetiche fra popolazioni, dell’origine della malaria e dell’orologio molecolare dell’evoluzione. Tra le sue pubblicazioni in italiano, ««Le ragioni dell’evoluzione» (Di Renzo 2005) e «Evoluzione: lo sguardo della biologia», in uscita per Jaca Book. Ayala oggi interverrà alla prima giornata del convegno «Biological Evolution: Facts and Theroies». organizzato presso l’Università Gregoriana e che vedrà, nei prossimi giorni, la partecipazione, tra gli altri, di Bob Ulanowicz, Yves Coppens, Fiorenzo Facchini, Ludovico Galleni, Georges Cottier, Georges Chantraine, Bill Stoeger.

avvenire 03032009

Postato da: paolomasala a 23:01 | link | commenti
filosofia della scienza - episte